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All rights reserved © Stefano de Luca 2016

L'Arlecchino servitore di due padroni con la regia di Giorgio Strehler fa parte della mia vita dal 1987, l'anno in cui sono stato ammesso e ho cominciato a frequentare la SCUOLA DI TEATRO del Piccolo Teatro di Milano. Era il primo corso della scuola, dedicato da Strehler a Jacques Copeau. In quell'anno vidi per la prima volta l'Arlecchino nell'edizione "dell'addio" e nello stesso tempo iniziai insieme ai miei compagni di corso a studiare lo spettacolo insieme a Strehler e a Ferruccio Soleri. In questa foto ci siamo noi allievi del Copeau che guardiamo assieme al Maestro le foto del nostro Arlecchino "del Buongiorno" che avrebbe debuttato al Piccolo non più solo come saggio ma come spettacolo vero e proprio sino a portarci a recitare al Palais Garnier di Parigi. Primo spettacolo di prosa a essere rappresentato a l'Opéra. A quel tempo recitavo il Dottore -condividendo il ruolo con altri due compagni di corso- e il capocameriere recitava nella famosa "scana del pranzo" insieme ad Arlecchino. Da quei giorni sono passati molti anni ma l'Arlecchino ha continuato ad accompagnarmi nel mio cammino teatrale oltre che a portarmi in giro per il mondo. Dal 2005 firmo la ripresa dello spettacolo insieme a Ferruccio Soleri ed è mio compito cercare di mantenere vivo il miracolo di uno spettacolo unico.

Articolo pubblicato su HISTRIO n° XX.4 ottobre-dicembre 2007

Sono seduto nel retropalco, il secondo atto è già cominciato da un pezzo. Il controfondale dell’Arlecchino, visto da dietro, è sporco, pieno di macchie e di rattoppi. Ma, illuminato alla giusta distanza da una doppia batteria di riflettori, si tinge di una splendida luce dorata. Come un tramonto. E vibra a ogni respiro degli attori e del pubblico, quasi respirasse insieme a loro. E’ così diverso dal lucido e perfetto fondale “strehleriano” che è visibile dal lato opposto.


Bello sapere che quella perfezione, quel nitido cielo di teatro mostrato agli spettatori, si nutre della luce riflessa da questo vecchio straccio, che si gonfia –senza che nessuno possa vederlo, tranne me- come una magnifica vela dorata. Il palcoscenico è molto diverso, visto da questa parte. E insegna molte cose.


Nel maggio 1947 Giorgio Strehler,in chiusura della prima stagione del Piccolo Teatro di Milano, propone al pubblico “Arlecchino, servitore di due padroni”, di Carlo Goldoni. (Interprete di Arlecchino era allora Marcello Moretti.) Sono passati sessant’anni e quello spettacolo, sopravvissuto al suo creatore e all’avvicendarsi di intere generazioni di interpreti, continua a incantare e a divertire i suoi spettatori in ogni parte del mondo. (Dal 1963 è Ferruccio Soleri a ricoprire il ruolo di Arlecchino.)

 

E proprio in questo momento, posso sentire la voce di Arlecchino impegnato nella celebre “scena del pranzo” dall’altro lato del fondale, insieme alle altre maschere. Sessant’anni sono un’enormità per uno spettacolo. Se pensiamo che oggi la grande maggioranza delle produzioni non vive che una sola stagione. Quando va bene. Si contano almeno dodici diverse edizioni di quest’opera che si è pian piano trasformata nella bandiera del Piccolo Teatro e, in fondo, di un modo di fare e di intendere il teatro.

 

Già i soli numeri, pur nella loro freddezza, servono a dare un’idea delle dimensioni di questo “caso teatrale”. Quaranta nazioni visitate in sessant’anni di rappresentazioni. Più di 180 città italiane toccate nelle tournée. Oltre 2500 recite. Impresa ardua, quella di svelare il mistero della fortuna e della longevità di questo spettacolo che costituisce un caso unico nella storia del teatro. (Ci hanno provato invano in molti, e molto più autorevoli di me.) Come è stato possibile tutto questo? Io personalmente “vivo” l’Arlecchino dal 1987. Fin dai primi giorni di lezione nella sua Scuola di Teatro Strehler proponeva, a noi giovani allievi del primo corso, il lavoro sull’Arlecchino come una sorta di training teatrale “totale”. Corpo, voce, ritmo, presenza scenica, tutto in noi veniva messo a dura prova nell’affrontare questa forma di teatro così semplice e sofisticata allo stesso tempo. E con quali esempi! Guardavamo i “vecchi” recitare –Gianfranco Mauri, la Lazzarini, Graziosi, Dettori, Tedeschi- e assorbivamo come spugne i loro lazzi, i toni, gli atteggiamenti. Ci dannavamo a cercare di imitare l’inimitabile perfezione nell’uso della maschera di Ferruccio Soleri, che era anche nostro insegnante a Scuola. Sono ormai passati vent’anni da allora. E dieci dalla scomparsa del Maestro. Eppure L’Arlecchino è ancora in scena. E io qui, dietro al fondale, ad ascoltare le voci eterne delle maschere. Quanto aveva ragione Strehler quando parlava di questo spettacolo come di un “organismo vivente”. Qualcosa dotato cioè quasi di una vita propria. Autonoma persino rispetto a quella infusagli dal suo creatore e dagli interpreti che si succedono nei vari ruoli. Arlecchino è una storia a sé.
Come il costume di Arlecchino, come questo fondale, la storia di questo spettacolo sembra costruita da infiniti brandelli di vita di teatro. A tenere unito insieme il tutto, c’è quella implacabile partitura dello spazio, vocale e ritmica che Strehler ha concepito e realizzato. E che potrebbe essere studiata come un testo fondamentale sulle leggi della regia teatrale. Ma Arlecchino è forse soprattutto una creazione umana collettiva. E’ il cristallizzarsi di gesti, toni, voci, lazzi, inventati in un tempo lunghissimo da un numero imprecisato di attori, che hanno contribuito a rendere unico questa esperienza teatrale. Basti pensare al Brighella di Franco Parenti, a quello di Gianfranco Mauri. E ora al brighella di Enrico Bonavera. Al Pantalone di Battistella, di Carraro, di Gianrico Tedeschi, di Ettore Conti. E ora di Giorgio Bongiovanni.
Al centro di questa creazione c’è, a partire dal 1967, anno in cui subentra a Marcello Moretti, Ferruccio Soleri. Come è possibile che un uomo che ha passato i settant’anni continui a recitare Arlecchino? Anche questo è uno dei misteri di questo spettacolo. Me lo domando proprio ora, ascoltando per l’ennesima volta il lazzo del “bodelin”, il lucido e tremolante budino che Arlecchino divorerà alla fine del secondo atto.
Anche questa, in fondo, è una lezione di vita e di teatro. Solo grazie a una infinita maestria, frutto di una ricerca costante, di un allenamento continuo e a una incredibile capacità di ottenere il massimo con il minimo sforzo. Sembra ormai quasi un illusionista, Soleri, capace di convincerci che il suo Arlecchino volteggi leggero nell’aria e guizzi da una quinta all’altra, anche spendendo un solo gesto misurato. L’edizione ora in scena si riavvicina a quella del 1956, inventata da Ezio Frigerio per il festival di Edimburgo. Una piazza italiana dove sorge una piccola pedana con dei fondalini colorati. La prima versione di Arlecchino in cui Strehler introduceva la cornice realistica di una compagnia di comici dell’Arte. Teatro nel teatro. Quella che presentiamo al pubblico oggi, questa sera, si riaggancia quindi alle radici della continua evoluzione di questo spettacolo, parallela alla ricerca registica e poetica di Strehler. Il realismo della cosiddetta edizione dei carri a Villa Litta, del 1963. Quella del 1977, illuminata dalla luce tremula di candele dell’Odeon di Parigi. Quella, spoglia e assoluta nella sua malinconia da crepuscolo dorato, dell’edizione che doveva segnare “l’Addio” e che invece ha portato alla versione coloratissima e vorticosa delle tre compagnie di giovani dell’edizione del Buongiorno.
La recita di stasera volge al termine. Adesso, ascoltando l’ ultima battuta dello spettacolo: “Come va la faccenda?” mi pare di intuire che c’è un filo sottile, ma ininterrotto, che lega e unifica la storia di questo spettacolo attraverso gli anni. Una tradizione di lavoro teatrale. Nel 1947 un giovanissimo Strehler si lanciava alla riscoperta di una tradizione antica e perduta, quella della commedia dell’arte. Ma si trattava di una tradizione in fondo inesistente, di cui si era perduta ogni traccia. Una tradizione che Strehler in qualche modo inventa. O quanto meno re-inventa, insieme a Marcello Moretti. Codificando in principio la gestualità, la mimica del personaggio. Che verrà in seguito ancora maggiormente stilizzata e alleggerita dall’Arlecchino di Ferruccio Soleri. Gli interpreti di oggi sono eredi di questi sessant’anni di storia in cui battute, movimenti, toni, lazzi, sono passati da una generazione all’altra, modificandosi ma restando gli stessi. E’ davvero incredibile pensare che quel gesto, quel tono, il ritmo di quella tirata, sono stati compiuti da un attore vent’anni, trent’anni prima. Ed ancora più incredibile è osservare, sera dopo sera, l’efficacia immutata di quel ritmo, di qualla pausa, di quella composizione. L’immutato stupore e divertimento del pubblico.
Pubblico che proprio adesso –lo spettacolo è finito- sento applaudire gli attori, con calore. E zittirsi all’improvviso quando Ferruccio toglie la maschera e mostra finalmente il suo viso, e i capelli bianchi. Pubblico che sento ora tornare ad applaudire ancora più forte di prima, commosso e stupito dal mistero di Arlecchino. Dal mistero del Teatro.

 

Stefano de Luca